„Torna lì. Rallenta dove fa male. Rallenta dove diventa confuso.“
– Steve Almond
Ero per terra. Letteralmente.
Non metaforicamente. Non poeticamente. Solo piastrelle sotto la schiena, una bottiglia di vino in una mano, la posta nell’altra. Rifiuti da ogni parte. Da agenti, editori, riviste con tre follower e un redattore che si definisce „curatore di sfumature letterarie”.
Dicevano tutti la stessa cosa – ma in caratteri diversi:
„Non fa per noi.“
„Non è il momento giusto.“
„Non rientra nei nostri attuali interessi.“
Traduzione?
„Vogliamo una leggenda, ma non la tua.“
„Vogliamo una voce, ma solo se suona come qualcosa che abbiamo già comprato.“
„Vogliamo donne, ma non donne che sanguinano come te.“
Ci sono stati giorni in cui non ho scritto nemmeno una parola. Rimanevo semplicemente lì, con la bocca secca, fissando il vuoto. E il dolore era più tagliente non perché mi respingevano, ma perché stavo iniziando a crederci.
Che non ero una scrittrice. Che il mio libro era solo un errore in forma scritta. Che i miei personaggi erano allucinazioni, non destino.
Ho pianto. In bagno.
Nuda, ubriaca, imbarazzata per averci mai creduto.
Imbarazzata per averlo voluto così tanto.
Imbarazzata per aver scritto un libro nella speranza che qualcuno, da qualche parte, volesse leggerlo.
Poi ho sentito.
Non nella realtà – non fare lo spiritoso – nella mia testa.
Quella voce, l’altra, che continua a dirmi:
„Scrivi. E non vendere il tuo libro come se fosse formaggio al supermercato.“
E ho ricordato:
Non ho iniziato a scrivere per piacere.
Ho iniziato perché i miei personaggi non smettevano di parlarmi.
Perché venivano da me di notte e dicevano: Racconta di noi. Rendici reali.
Perché questo non era un prodotto – era un’ossessione.
Mi sono alzata da terra.
Ho acceso una sigaretta. Ho sussurrato alla mia storia: „Mi fido di te. Credo in te. Andiamo.“
E ho scritto. Non per approvazione. Non per i mercati. Non per le frasi di copertina.
Ho scritto per me.
Per loro.
Per le donne che tengono i manoscritti nei cassetti e gli orgasmi tra parentesi.
Per gli uomini che pensano di aver scoperto l’ironia nel ’94.
Per i ragazzi nelle librerie che cercano un mondo che li accolga.
Lo so: i miei lettori sono là fuori.
Quelli che vogliono un libro che sa di sudore e tagli di carta.
E un giorno, quando vedrò La Dimensione della Fantasia su uno scaffale che profuma di ribellione, toccherò la copertina e sussurrerò:
„Sai quanto mi è costato portarti fin qui?“